Return to life

Parte prima. Nel 1918 un ceppo di influenza particolarmente violento (la famosa febbre spagnola) uccise oltre 25 milioni di persone nel mondo. Ma mentre lì intorno tutti morivano, in un carcere dell’Inghilterra, una manciata di tedeschi sopravviveva come se fosse immune alla malattia. Erano il ginnasta tedesco Joseph H. Pilates e i suoi seguaci. A salvarli fu un allenamento. Il cocktail di salute brevettato da Pilates si basava su una “dose” giornaliera di esercizi ispirati ai movimenti degli animali (avete mai osservato un gatto che fa stretching? Se no, fatelo!), ad alcune discipline orientali come lo Yoga, alle arti marziali e ai principi della ginnastica acrobatica. Il rimedio di Pilates permise a quei ragazzi di mantenere il controllo dei loro corpi nonostante la sedentarietà della vita in prigione. E senza aver bisogno di servirsi di grandi spazi o attrezzi particolari. Gli bastò applicare alcuni semplici principi a una serie di movimenti: concentrazione, controllo, baricentro, fluidità del movimento, precisione, respirazione.

Parte seconda. Sono passati quasi 100 anni. Ed ecco una giovane donna nella fase della sua vita compresa tra la scadenza del suo contratto a progetto e la prima serie di bombecurriculumvitae che sta per sganciare dalla sua postazione computer situata in un modesto salottino di casa. Quella donna sono io. Prima del “Non ti rinnovo il contratto” i miei movimenti si limitavano a degli spostamenti impacciati e maldestri che potrei riassumere in una formula matematica come questa “spostamento da una sedia X a una sedia Y”. Dopo il fatidico giorno questi già miseri spostamenti si erano ulteriormente ridotti, vuoi perché le sedie X e Y erano sempre più vicine fra loro, vuoi perché si era introdotta una variabile Z (letto) che richiamava sempre più lungamente il povero ammasso di ossa che ero diventata. Risultato: asciugarmi i capelli mi provocava il fiatone e ogni tanto venivo presa da repentini attacchi d’ansia che ingolfavano per lunghissimi secondi il mio respiro. Stavo perdendo la guerra dei curriculum ed ero già prigioniera di me stessa dopo solo qualche settimana di combattimento.

Parte terza. Quest’estate ho trascorso un po’di tempo da mia madre che, facendo parte di una generazione privilegiata, può permettersi un abbonamento Sky. Ebbene, ogni mattina, su un canale di cui non mi ricordo il nome, vedevo alternarsi una lunga serie di donnine come questa che incitavano lo spettatore (cioè me) a seguire il loro esempio e a intraprendere una serie di esercizi. Non saprei dirvi come, ma a un certo punto mi sono ritrovata fuseaux e cannottiera a sgambettare per casa cercando di imitare dei movimenti che sembravano naturali dall’altra parte dello schermo, ma che dalla mia parte parevano incastrati in un ammasso di ossa che proprio non li lasciava sgorgare. Tra le donnine in tutù quelle che più suscitavano la mia devota ammirazione erano quelle dell’ora di Yoga e di Pilates. Ero affascinata dalla bellezza delle posizioni dello Yoga e dalla “forza fluida e tranquilla” delle donnine Pilates.

L’epilogo di questa storia è ambientato in libreria, qualche settimana più tardi dalla penosa esercitazione in casa di mia madre. Mentre sbircio non proprio casualmente nel reparto “sport” mi capita tra le mani un titolo rassicurante “Return to life. Through contrology”. L’autore: un certo Joseph H. Pilates. Ed è così che sono ritornata alla vita. E’ stato come fare di nuovo conoscenza con il mio corpo. Ho scoperto movimenti nuovi, ho ritrovato muscoli che si erano atrofizzati sui cuscini delle sedie X e Y, è rinata in me un’energia che mi fa sentire più giovane e più forte. E questo perché una delle tante cose che ci si possono permettere quando siamo disoccupati è prendersi il tempo di ritornare alla vita.

Disoccupata part-time

La mia prima reazione quando ho perso il lavoro, o meglio quando mi è scaduto il lavoro (perché certi lavori dopo un po’ scadono proprio come il latte e il burro), è stata quella di cercarne un altro. Compulsivamente. Un giorno ero in ufficio seduta alla mia scrivania e il giorno dopo ero spalmata al computer come una sardina, a inviare una quantità industriale di curriculum. Roba da record. Mettetevi nei miei panni: preavvisi zero (e neanche l’ombra di una insofferenza di fondo che lasciasse presagire questa decisione), contributi neanchemezzo. Risultato: mi sono ritrovata senza stipendio e con una buona dose di panico nelle vene. E ora come faccio? Mi sono chiesta. Con i contratti a progetto non sempre ti capita il “sant’uomo” (titolari donne non ne ho ancora vista mezza) che ti avverte per tempo che non ti rinnoverà. Evitano il discorso finché non arriva il giorno della scadenza e poi ti dicono che per te hanno pensato a una collaborazione esterna, una tantum, perché cercano qualcuna che conosca almeno quattro lingue. A me è andata così. Di fronte a una scusa così gigantesca nella mia testa non c’era posto che per un solo pensiero: dove ho sbagliato? E giù a ripensare a tutte le sviste e a rodermi le mani per tutti i ritardi (maledetta Trenitalia!), a pentirmi di non essere stata abbastanza accondiscendente o abbastanza sicura di me o troppo alla mano o poco alla mano. Ho continuato così per giorni, a consumarmi la mente in contorsioni esponenziali e contemporaneamente a far correre le dita sulla tastiera, a cercare un’alternativa per dimostrare che lui si era sbagliato e iononsonodabuttarecazzo!

Invece il primo mese è stata una doccia fredda. Gli amici e gli ex colleghi mi chiamavano per sapere di me, per dirmi che sentivano la mia mancanza e io schivavo le telefonate per l’imbarazzo. Sì l’imbarazzo di non aver trovato l’alternativa. Mi sentivo rifiutata. Un’apatia generalizzata mi paralizzava e ad ogni “al momento non ci interessa” sprofondavo a picco in una depressione che mi sembrava senza via di uscita. Trovare un lavoro era diventata un’ossessione. Quotidianamente dedicavo otto ore alla ricerca di annunci e all’invio di curriculum. Mi ero costruita un database di contatti nel quale annotavo giorno per giorno tutti i curriculum che inviavo, la data di invio, l’indirizzo e-mail, la città, il settore dell’azienda ed eventuali contatti specifici. Tutto questo mi prendeva tempo ed energie e nonostante tutti i miei sforzi, dopo un mese il bilancio si riduceva a una manciata di risposte. Tutte negative. Colloqui neanche l’ombra. Immaginate di dedicarvi a qualcosa anima e corpo e di investire in questa attività tutte le vostre capacità e le vostre aspettative. Di lavorare con costanza quotidianamente, ogni singolo giorno. Ecco, ora immaginate il vostro lavoro, fatto con cura, finire dritto dritto nel cestino dell’immondizia. Come vi sentireste? Ero quasi grata a chi mi rispondeva ringraziandomi pur declinando con gentilezza l’offerta. Almeno mi aveva letta.

In tutto questa frenesia c’era un gran bisogno di dimostrare agli altri e soprattutto a me stessa che c’era qualcosa di buono in me e che anch’io servivo a qualcosa. Intanto la mia identità cominciava a vacillare e man mano che allargavo disperatamente il range delle offerte di lavoro a cui candidarmi (abbassando di conseguenza tutte le aspettative) perdevo contatto con l’idea di me stessa che avevo costruito fino a quel momento. Quell’identità piano piano si frantumava e la frustrazione prendeva il sopravvento su di me.

“Ci serve una vacanza” mi dice un giorno il mio compagno. Ma come fai ad andare in vacanza se sei disoccupata e non sai quando troverai un lavoro? Io ci sono andata. Ho messo insieme qualche risparmio e con una certa incoscienza ho deciso di investire ben 800 euro del mio misero conto in banca in dieci giorni di pura evasione. Ed è stato l’inizio della svolta.

Ora sono disoccupata part-time. Dedico mezza giornata della mia vita a siti come Infojob, Monster, Jobrapido, Helplavoro, Lavoratorio, ai centri perl l’impiego e alle cosiddette “candidature spontanee”. L’altra metà della giornata me la invento. Questo blog ne è la prova.