Cosa essere tu?

Alla domanda del Brucaliffo che si nasconde in ogni amico di infanzia che non vedi da tanto tempo io non so mai cosa rispondere, anche se ho qualche annetto in più di Alice nel paese delle meraviglie e ho passato da diverso tempo l’età dell’adolescenza. Apro parentesi. Siccome non l’ho detto prima e non l’ho scritto nel mio profilo lo dico adesso: ho trent’anni. Troppo vecchia e troppo giovane, questa è l’età che appena affiora su un curriculum vitae fa venire i brividi ai responsabili delle risorse umane perché in genere si accompagna alle parole: figli, bambini, maternità. Maternità, ilgrandetabù. La parola “famiglia”, poi, meglio non nominarla. Vade retro! Se come me hai trent’anni, non sei sposata e non hai figli (ma convivi felicemente!) tutti si aspettano che non vedi l’ora di trovare un lavoro per dare al mondo la bella prole che ti farà entrare a pieno titolo nella classe sociale del proletariato. E in effetti è così. Per fare un figlio vorresti prima avere un lavoro, ma per trovare un lavoro dovresti esserti “levata il dente” dei figli. “Fallo e basta” mi dice qualche amica. Eh sì, pare facile. E poi come li compro i pannolini? Ma il mio compagno, che di figli forse forse ne farebbe anche a meno, un giorno mi ha fatto notare, a suo svantaggio, che sua nonna il primo figlio l’ha partorito (e concepito!) in tempo di guerra. Sotto le bombe. Forse la bella famigliola delle pubblicità con le quali ci hanno bombardati fin da bambini ci impedisce di vedere al di là del mondo di cartapesta che più o meno consapevolmente ci siamo costruiti intorno. Chiusa parentesi.

In ogni caso, “Cosa essere tu?” per me è una domanda drammatica perché gli adulti in genere si definiscono in base a quello che fanno nella vita, in definitiva al loro lavoro. Ognuno si costruisce la propria identità sul ruolo che ricopre, assumendo gli atteggiamenti, le posture e il linguaggio che sono propri di un mestiere. Ai medici piace scarabocchiare invece che scrivere, ai farmacisti piace decifrare quello che scrivono i medici, agli operatori delle poste piace picchiettare sui tasti dei computer, agli psicologi piace guardarti con compassione, ai medici con sufficienza. A ognuno, in generale, piace dire parole che gli altri non riescono a capire e gli piace essere i soli nella loro ristretta cerchia di amici ad essere i detentori di una qualche verità. Io invece, ora come non mai, mi sento senza risposte. E metto in dubbio tutte le conoscenze che ho appreso perché non mi sono servite a trovare un lavoro dignitoso. Quanto ai miei interessi e alle mie passioni, vanno e vengono come e quando vogliono e i miei desideri si avvicendano in modo disordinato e contraddittorio. Per non parlare degli umori, che variano con il tempo, il ciclo, la stanchezza e il riposo. Io sono un agglomerato di emozioni e di sensazioni che si fa fatica ad etichettare con un qualsiasi nome.

Ma di queste etichette ne abbiamo proprio bisogno? Non sarebbe tutto più semplice se guardassimo la nostra vita senza per forza volerle assegnare un qualsiasi nome? Il fatto è che siamo spaventati da tutto ciò che non ha un senso, siamo affamati, ingordi, di significato. Eppure tutto questo senso che diamo alle cose spesso è più un ostacolo al cambiamento che una semplificazione della vita. Forse ci vuole un po’ di coraggio e anche una buona dose di sana ingenuità per dare il primo taglio alla cartapesta, ma poi sai che libertà!