Disoccupata part-time

La mia prima reazione quando ho perso il lavoro, o meglio quando mi è scaduto il lavoro (perché certi lavori dopo un po’ scadono proprio come il latte e il burro), è stata quella di cercarne un altro. Compulsivamente. Un giorno ero in ufficio seduta alla mia scrivania e il giorno dopo ero spalmata al computer come una sardina, a inviare una quantità industriale di curriculum. Roba da record. Mettetevi nei miei panni: preavvisi zero (e neanche l’ombra di una insofferenza di fondo che lasciasse presagire questa decisione), contributi neanchemezzo. Risultato: mi sono ritrovata senza stipendio e con una buona dose di panico nelle vene. E ora come faccio? Mi sono chiesta. Con i contratti a progetto non sempre ti capita il “sant’uomo” (titolari donne non ne ho ancora vista mezza) che ti avverte per tempo che non ti rinnoverà. Evitano il discorso finché non arriva il giorno della scadenza e poi ti dicono che per te hanno pensato a una collaborazione esterna, una tantum, perché cercano qualcuna che conosca almeno quattro lingue. A me è andata così. Di fronte a una scusa così gigantesca nella mia testa non c’era posto che per un solo pensiero: dove ho sbagliato? E giù a ripensare a tutte le sviste e a rodermi le mani per tutti i ritardi (maledetta Trenitalia!), a pentirmi di non essere stata abbastanza accondiscendente o abbastanza sicura di me o troppo alla mano o poco alla mano. Ho continuato così per giorni, a consumarmi la mente in contorsioni esponenziali e contemporaneamente a far correre le dita sulla tastiera, a cercare un’alternativa per dimostrare che lui si era sbagliato e iononsonodabuttarecazzo!

Invece il primo mese è stata una doccia fredda. Gli amici e gli ex colleghi mi chiamavano per sapere di me, per dirmi che sentivano la mia mancanza e io schivavo le telefonate per l’imbarazzo. Sì l’imbarazzo di non aver trovato l’alternativa. Mi sentivo rifiutata. Un’apatia generalizzata mi paralizzava e ad ogni “al momento non ci interessa” sprofondavo a picco in una depressione che mi sembrava senza via di uscita. Trovare un lavoro era diventata un’ossessione. Quotidianamente dedicavo otto ore alla ricerca di annunci e all’invio di curriculum. Mi ero costruita un database di contatti nel quale annotavo giorno per giorno tutti i curriculum che inviavo, la data di invio, l’indirizzo e-mail, la città, il settore dell’azienda ed eventuali contatti specifici. Tutto questo mi prendeva tempo ed energie e nonostante tutti i miei sforzi, dopo un mese il bilancio si riduceva a una manciata di risposte. Tutte negative. Colloqui neanche l’ombra. Immaginate di dedicarvi a qualcosa anima e corpo e di investire in questa attività tutte le vostre capacità e le vostre aspettative. Di lavorare con costanza quotidianamente, ogni singolo giorno. Ecco, ora immaginate il vostro lavoro, fatto con cura, finire dritto dritto nel cestino dell’immondizia. Come vi sentireste? Ero quasi grata a chi mi rispondeva ringraziandomi pur declinando con gentilezza l’offerta. Almeno mi aveva letta.

In tutto questa frenesia c’era un gran bisogno di dimostrare agli altri e soprattutto a me stessa che c’era qualcosa di buono in me e che anch’io servivo a qualcosa. Intanto la mia identità cominciava a vacillare e man mano che allargavo disperatamente il range delle offerte di lavoro a cui candidarmi (abbassando di conseguenza tutte le aspettative) perdevo contatto con l’idea di me stessa che avevo costruito fino a quel momento. Quell’identità piano piano si frantumava e la frustrazione prendeva il sopravvento su di me.

“Ci serve una vacanza” mi dice un giorno il mio compagno. Ma come fai ad andare in vacanza se sei disoccupata e non sai quando troverai un lavoro? Io ci sono andata. Ho messo insieme qualche risparmio e con una certa incoscienza ho deciso di investire ben 800 euro del mio misero conto in banca in dieci giorni di pura evasione. Ed è stato l’inizio della svolta.

Ora sono disoccupata part-time. Dedico mezza giornata della mia vita a siti come Infojob, Monster, Jobrapido, Helplavoro, Lavoratorio, ai centri perl l’impiego e alle cosiddette “candidature spontanee”. L’altra metà della giornata me la invento. Questo blog ne è la prova.

Annunci

Cosa essere tu?

Alla domanda del Brucaliffo che si nasconde in ogni amico di infanzia che non vedi da tanto tempo io non so mai cosa rispondere, anche se ho qualche annetto in più di Alice nel paese delle meraviglie e ho passato da diverso tempo l’età dell’adolescenza. Apro parentesi. Siccome non l’ho detto prima e non l’ho scritto nel mio profilo lo dico adesso: ho trent’anni. Troppo vecchia e troppo giovane, questa è l’età che appena affiora su un curriculum vitae fa venire i brividi ai responsabili delle risorse umane perché in genere si accompagna alle parole: figli, bambini, maternità. Maternità, ilgrandetabù. La parola “famiglia”, poi, meglio non nominarla. Vade retro! Se come me hai trent’anni, non sei sposata e non hai figli (ma convivi felicemente!) tutti si aspettano che non vedi l’ora di trovare un lavoro per dare al mondo la bella prole che ti farà entrare a pieno titolo nella classe sociale del proletariato. E in effetti è così. Per fare un figlio vorresti prima avere un lavoro, ma per trovare un lavoro dovresti esserti “levata il dente” dei figli. “Fallo e basta” mi dice qualche amica. Eh sì, pare facile. E poi come li compro i pannolini? Ma il mio compagno, che di figli forse forse ne farebbe anche a meno, un giorno mi ha fatto notare, a suo svantaggio, che sua nonna il primo figlio l’ha partorito (e concepito!) in tempo di guerra. Sotto le bombe. Forse la bella famigliola delle pubblicità con le quali ci hanno bombardati fin da bambini ci impedisce di vedere al di là del mondo di cartapesta che più o meno consapevolmente ci siamo costruiti intorno. Chiusa parentesi.

In ogni caso, “Cosa essere tu?” per me è una domanda drammatica perché gli adulti in genere si definiscono in base a quello che fanno nella vita, in definitiva al loro lavoro. Ognuno si costruisce la propria identità sul ruolo che ricopre, assumendo gli atteggiamenti, le posture e il linguaggio che sono propri di un mestiere. Ai medici piace scarabocchiare invece che scrivere, ai farmacisti piace decifrare quello che scrivono i medici, agli operatori delle poste piace picchiettare sui tasti dei computer, agli psicologi piace guardarti con compassione, ai medici con sufficienza. A ognuno, in generale, piace dire parole che gli altri non riescono a capire e gli piace essere i soli nella loro ristretta cerchia di amici ad essere i detentori di una qualche verità. Io invece, ora come non mai, mi sento senza risposte. E metto in dubbio tutte le conoscenze che ho appreso perché non mi sono servite a trovare un lavoro dignitoso. Quanto ai miei interessi e alle mie passioni, vanno e vengono come e quando vogliono e i miei desideri si avvicendano in modo disordinato e contraddittorio. Per non parlare degli umori, che variano con il tempo, il ciclo, la stanchezza e il riposo. Io sono un agglomerato di emozioni e di sensazioni che si fa fatica ad etichettare con un qualsiasi nome.

Ma di queste etichette ne abbiamo proprio bisogno? Non sarebbe tutto più semplice se guardassimo la nostra vita senza per forza volerle assegnare un qualsiasi nome? Il fatto è che siamo spaventati da tutto ciò che non ha un senso, siamo affamati, ingordi, di significato. Eppure tutto questo senso che diamo alle cose spesso è più un ostacolo al cambiamento che una semplificazione della vita. Forse ci vuole un po’ di coraggio e anche una buona dose di sana ingenuità per dare il primo taglio alla cartapesta, ma poi sai che libertà!