Il colloquio delle emozioni

C’è una cosa che ostacola il mio ingresso nel mondo del lavoro molto più del mio maccheronico accento inglese. Qualcosa che conta più di una lingua straniera, più di una laurea, più di 4-5-10 anni di onorata “esperienza nel ruolo”. E sono le mie ingombranti, indisciplinate, testarde, emozioni. Non c’è niente da fare, appena mi trovo davanti al selezionatore che mi scruta come una gallina da uova osservando ogni singolo movimento delle mie mani, mi tingo di rosso fino al petto, sorrido nervosamente e mi abbandono al concerto di percussioni che mi scroscia dal cuore come una fanfara di primavera. Provo a parlare ma è troppo tardi. Sono in preda a una bufera di emozioni e il mio corpo trasuda tempesta. Allo psicologoselezionatore basta la metà dei segnali che emano per capire che sono in preda al panico e ancor prima che io inizi a parlare il suo verdetto è già sul punto di essere definitivo.

In un articolo di qualche tempo fa ho letto che il 59% dei datori di lavoro valuta l’intelligenza emotiva di un candidato molto più importante del suo quoziente intellettivo. Ecco un altro motivo per cui una donna su due è fuori dal mercato del lavoro, mi sono detta. Mentre ai nostri fratellini maschi viene insegnato più o meno esplicitamente che non si piange, noi bambine femmine non veniamo mai educate a controllare le nostre emozioni. E così impariamo a lasciarci andare ai turbamenti, anche quando questo significa mostrare disagio (piangere, agitarsi…). Spesso ci convinciamo che esprimere le emozioni sia persino salutare e confondiamo le nostre esternazioni con una dimostrazione di maggiore sensibilità. Talvolta pretendiamo di convertire anche “il maschio” alla nostra “arte” e ci sembra una conquista di genere veder piangere un uomo.

Un professore universitario con il quale ho condiviso qualche manciata di minuti in treno nella mia precedentevitadapendolare, mi raccontò un giorno che durante gli esami le ragazze assumevano uno strano colorito a chiazze rosse. Anch’io ero una di quelle quando studiavo all’università. Non c’è stato un singolo esame nel quale, puntuali come un’allergia, non siano comparse le chiazze rosse. E’ una malattia o cosa? Le emozioni sono come tante onde che hanno origini diverse, possono essere più o meno violente ma sono sempre passeggere. I bambini si fanno travolgere, gli adulti restano fermi e le fanno passare. Sono convinta che uno dei fattori che ha tenuto (e tiene) noi donne lontane dalla vita adulta è che mentre ai nostri fratelli maschi viene insegnato come restare immobili, per lungo tempo questo tipo di educazione ci è stata negata e ci è stato consentito di restare, infondo, sempre un po’ bambine.

Ora possiamo investire tutte le nostre energie nell’arrabbiarci con qualcuno o con qualcosa per la nostra “condizione svantaggiata” crogiolandoci nelle nostre nevrosi o possiamo concentrarci su ciò che ognuna di noi, se vuole, può iniziare a cambiare. Diventare capitane della nostra imbarcazione e imparare a proteggerla dalle onde anomale che scaturiscono dai nostri desideri e dalle nostre paure è la prima grande rivoluzione femminile che ognuna di noi può già realizzare ora, adesso, in sé.

Annunci

Un inglese perfetto a soli 3 euro e 50

Chiedetevi qual è il vostro punto debole e lavorateci il più possibile. Se non si era capito, il mio sono le lingue. Me ne sono accorta, mio malgrado, il giorno della scadenza del contratto a progetto di cui tanto ho parlato, quando il mio titolare mi chiama nel suo ufficio per dirmi che non ha niente da recriminarmi ma che ha bisogno di una persona che sappia almeno quattro lingue (ah!). Siccome sono rimasta senza parole, da quel giorno mi sono convinta che questo è il mio punto debole. Non tanto perché è una mancanza che mi ha fatto perdere il lavoro (non sono mai venuta meno ai miei compiti per l’impossibilità di comunicare con chiccessia) quanto perché quell’uomo (che per inciso di lingue non ne sa neanche una, nemmeno l’italiano. Scusate la punta di acidità, sarà il ciclo…) ha potuto usarla come scusa per mandarmi via senza che io potessi controbattere. In effetti quando più tardi avrei scandagliato quotidianamente come un segugio le offerte di lavoro, avrei presto realizzato che perché un curriculum valga qualcosa sotto il quadratino “lingua inglese” ci deve essere scritto “avanzato” e il giorno del colloquio “l’avanzato” si deve tradurre in una brillante fluidità verbale. Quindi a lavoro! Io, non avendo soldi da spendere nell’ennesimo corso di inglese mi sono arrangiata così (e i risultati si iniziano a vedere):

1. PER AMPLIARE IL MIO VOCABOLARIO mi sono comprata un libro. Uno di quelli che misonopersadapiccina, proprio come i film delle arene estive che si vanno a vedere perché ci sono sfuggiti nell’inverno. Ho scelto Jonathan Swift “Gulliver’s Travels“. Una lettura semplice e divertente per chi “non si sente ancora pronta per passare ai romanzi per adulti”. Lo trovate in una qualsiasi Feltrinelli International a un prezzo… da disoccupati: 3,50 euro. Se intendete seguire il mio esempio lasciatevi dare qualche consiglio per la lettura: non fermatevi a cercare ogni parola che non conoscete. Se riuscite a capire il senso generale di una frase andate avanti, leggete con naturalezza e godetevi la storia. Più spontaneamente leggerete più spontaneamente imparerete. Le parole che si scrivono su di un quadernino saranno le prime ad essere dimenticate! Tentate di ricercare una, massimo due parole per pagina così eviterete di interrompere troppo spesso la trama e non rischierete di annoiarvi. Prima di tutto leggere deve essere un piacere. Chi non ha voglia di cimentarsi in romanzi troppo lunghi, invece, può esercitarsi con le riviste. Su issue.com ce ne sono di infinite, per tutti i gusti e per tutti gli interessi.

2. PER MIGLIORARE LA MIA GRAMMATICA mi sono presa un insegnante, da ascoltare quando e come voglio e da stoppare ogni volta che devo girare la salsa. Si chiama Mr Duncan, è simpatico, divertente (a dire il vero un po’ pazzerello) e non si fa pagare. Lo trovate qui. Io lo adoro. Vi accoglie con un gentile “How are you today” e vi saluta con un generoso “Thank You for watching me, teaching you. Ta-ta for now.” Per farla breve Mr Duncan è un professore virtuale che insegna l’inglese parlando della vita, come se stesse raccontando il nostro mondo a un alieno. Può essere persino filosofico. Vi posto qui uno dei suoi video che preferisco e che riguarda la felicità e la tristezza.

3. PER MIGLIORARE LE MIE CAPACITA’ DI ASCOLTO sono diventata una fan di Jessica Fletcher. Ho iniziato a guardarla su Sky in lingua originale. Confesso che all’inizio capivo chi era l’assassino solo perché a un certo punto estraeva la pistola e la puntava dritta in faccia alla Signora in Giallo. Poi piano piano ho iniziato a comprendere le relazioni fra i personaggi e ora finalmente intuisco anche i moventi. Ma poiché Sky non lo vedo che raramente a casa di mia madre, mi tengo allenata con le Desperate Housewife che guardo gratuitamente qui. Su questo sito, di telefilm ce ne sono migliaia, di tutti i generi. Non spaventatevi se sono senza sottotitoli. Guardateli anche se all’inizio non ci capirete niente, se sarete perseveranti un giorno, magicamente, tutto vi sarà più chiaro.

4. PER ABITUARMI A PARLARE IN INGLESE ho fatto tandem. Mi sono iscritta in uno dei numerosi siti che offrono l’opportunità di fare scambi linguistici (cercate su google “language tandem”) ma sempre più scuole lo fanno (specialmente le scuole per stranieri o le università). Di norma funziona così: vi iscrivete, segnalate qual è la vostra lingua madre e quale lingua volete imparare e vi vengono segnalati dei profili di persone che hanno le esigenze speculari alle vostre. In questo modo potrete contattarle e fissare un appuntamento, durante il quale parlerete un’ora in italiano e un’ora in inglese. Facile no? Se non trovate la vostra città su questi siti, potete sempre mettere un annuncio su internet o nelle bacheche delle scuole per stranieri. In questo caso essere donna non sarà uno svantaggio. Molte ragazze preferiscono incontrare altre donne per uno scambio linguistico invece che fissare degli appuntamenti con uomini che potrebbero avere altri scopi. L’importante è incontrarsi sempre in luoghi pubblici e affollati (un bar, una biblioteca) ma già dal primo incontro vi accorgerete che non c’è niente da temere. Io ho parlato per diverse ore con due ragazze: una inglese e una americana e ho scoperto molte cose che non sapevo. Come ad esempio che in America il 6 gennaio non è la festa della Befana ma la festa del Re Magio e che in Inghilterra ci sono delle persone pagate per controllare che gli infermieri siano gentili con i loro pazienti. O avrò capito male?

5. INFINE, SE PROPRIO VOLETE L’ATTESTATO e non volete rinunciare al tradizionale corso di inglese, andate al vostro centro per l’impiego e se siete regolarmente iscritti chiedete di corsi gratuiti per disoccupati. Sicuramente ne troverete uno di inglese.

Se seguirete tutti i miei consigli presto sfoggerete un inglese invidiabile spendendo appena 3 euro e 50. E per restare in tema: “Thank You for reading me, writing to you. Ta-ta for now!”

Disoccupata part-time

La mia prima reazione quando ho perso il lavoro, o meglio quando mi è scaduto il lavoro (perché certi lavori dopo un po’ scadono proprio come il latte e il burro), è stata quella di cercarne un altro. Compulsivamente. Un giorno ero in ufficio seduta alla mia scrivania e il giorno dopo ero spalmata al computer come una sardina, a inviare una quantità industriale di curriculum. Roba da record. Mettetevi nei miei panni: preavvisi zero (e neanche l’ombra di una insofferenza di fondo che lasciasse presagire questa decisione), contributi neanchemezzo. Risultato: mi sono ritrovata senza stipendio e con una buona dose di panico nelle vene. E ora come faccio? Mi sono chiesta. Con i contratti a progetto non sempre ti capita il “sant’uomo” (titolari donne non ne ho ancora vista mezza) che ti avverte per tempo che non ti rinnoverà. Evitano il discorso finché non arriva il giorno della scadenza e poi ti dicono che per te hanno pensato a una collaborazione esterna, una tantum, perché cercano qualcuna che conosca almeno quattro lingue. A me è andata così. Di fronte a una scusa così gigantesca nella mia testa non c’era posto che per un solo pensiero: dove ho sbagliato? E giù a ripensare a tutte le sviste e a rodermi le mani per tutti i ritardi (maledetta Trenitalia!), a pentirmi di non essere stata abbastanza accondiscendente o abbastanza sicura di me o troppo alla mano o poco alla mano. Ho continuato così per giorni, a consumarmi la mente in contorsioni esponenziali e contemporaneamente a far correre le dita sulla tastiera, a cercare un’alternativa per dimostrare che lui si era sbagliato e iononsonodabuttarecazzo!

Invece il primo mese è stata una doccia fredda. Gli amici e gli ex colleghi mi chiamavano per sapere di me, per dirmi che sentivano la mia mancanza e io schivavo le telefonate per l’imbarazzo. Sì l’imbarazzo di non aver trovato l’alternativa. Mi sentivo rifiutata. Un’apatia generalizzata mi paralizzava e ad ogni “al momento non ci interessa” sprofondavo a picco in una depressione che mi sembrava senza via di uscita. Trovare un lavoro era diventata un’ossessione. Quotidianamente dedicavo otto ore alla ricerca di annunci e all’invio di curriculum. Mi ero costruita un database di contatti nel quale annotavo giorno per giorno tutti i curriculum che inviavo, la data di invio, l’indirizzo e-mail, la città, il settore dell’azienda ed eventuali contatti specifici. Tutto questo mi prendeva tempo ed energie e nonostante tutti i miei sforzi, dopo un mese il bilancio si riduceva a una manciata di risposte. Tutte negative. Colloqui neanche l’ombra. Immaginate di dedicarvi a qualcosa anima e corpo e di investire in questa attività tutte le vostre capacità e le vostre aspettative. Di lavorare con costanza quotidianamente, ogni singolo giorno. Ecco, ora immaginate il vostro lavoro, fatto con cura, finire dritto dritto nel cestino dell’immondizia. Come vi sentireste? Ero quasi grata a chi mi rispondeva ringraziandomi pur declinando con gentilezza l’offerta. Almeno mi aveva letta.

In tutto questa frenesia c’era un gran bisogno di dimostrare agli altri e soprattutto a me stessa che c’era qualcosa di buono in me e che anch’io servivo a qualcosa. Intanto la mia identità cominciava a vacillare e man mano che allargavo disperatamente il range delle offerte di lavoro a cui candidarmi (abbassando di conseguenza tutte le aspettative) perdevo contatto con l’idea di me stessa che avevo costruito fino a quel momento. Quell’identità piano piano si frantumava e la frustrazione prendeva il sopravvento su di me.

“Ci serve una vacanza” mi dice un giorno il mio compagno. Ma come fai ad andare in vacanza se sei disoccupata e non sai quando troverai un lavoro? Io ci sono andata. Ho messo insieme qualche risparmio e con una certa incoscienza ho deciso di investire ben 800 euro del mio misero conto in banca in dieci giorni di pura evasione. Ed è stato l’inizio della svolta.

Ora sono disoccupata part-time. Dedico mezza giornata della mia vita a siti come Infojob, Monster, Jobrapido, Helplavoro, Lavoratorio, ai centri perl l’impiego e alle cosiddette “candidature spontanee”. L’altra metà della giornata me la invento. Questo blog ne è la prova.